
10 a Matematica. Sì sì sì, un 10 a Matematica in pagella che nessuno può togliermi. E' la più grande soddisfazione dopo tanto tempo, è un successo compiutosi solo grazie a me, al mio impegno, alla fatica di un anno intero speso a mettercela tutta per raggiungere il MASSIMO in quelle fottutissime materie. E sì, ce l'ho fatta. Mi viene quasi da pensare che tutti gli sbagli, le delusioni, i momenti di sconforto e dolore dello scorso anno si vadano piano piano riparando da soli, col flusso della vita, che ogni tanto pareggia i conti, anche se non sempre è così purtroppo. Le ferite della mia insoddisfazione e della mia autostima infranta si vanno ricucendo, ed io mi sento un po' appena meglio. E poi forse dopo un'ultima umiliazione adesso sto davvero lasciando dietro le mie spalle il passato. Sarà stata la chiacchierata di domenica in macchina tornando da Greve ad avermi ha riempito i polmoni e il cervello di ossigeno nuovo dopo tanto tempo mentre appoggiavo il mio capino stanco sull'amplificatore che sballonzolava con me sul sedile posteriore della Micra, o forse è solo che è arrivato il momento di smetterla di sentirmi la peggiore delle cretine e di cominciare a dare a me stessa il giusto valore, senza esagerare né in un senso né in un altro. E quel 10, quel numero che preso di per sé non vale niente ma che in quella tabella bianca e nera, in quella riga e in quella colonna, assume un valore che non si può spiegare, beh quel 10 è la conferma che io valgo, anche se non tutti sanno vederlo e me lo riconoscono.
La sensazione quando l'ho visto è stata ai limiti dell'assurdo. Io sono così lucida in certi momenti, odio che dalla mia espressione traspaia qualcosa di me, e invece ieri quando l'ho letto non ho capito più un cazzo, ho provato a guardare anche i voti di qualcun'altro come faccio tutti gli anni ma non ce l'ho fatta, continuavo ad andare su e giù senza capire più niente, per ritornare sempre a quella mia riga con l'espressione ebete, gli occhi sgranati, la mano davanti alla bocca semiaperta per lo stupore. E poi in macchina andando verso la palestra (sìììììì vado anche in palestra ora!, l'antisportiva cambia :D) mi sentivo completamente svuotata, ma non vuota, come quando il dolore ti stringe la gola e non riesci più a vedere niente di bello, no, ero svuotata, nel senso che mi sentivo leggera, senza ansie, senza problemi, del tutto soddisfatta, contenta di me stessa, dei MIEI risultati. Che sensazione meravigliosa, di quelle che ti fanno pensare: ora potrei anche morire. Anche se in fondo non è che quel numero mi cambi la vita, ma per me scuola uguale carriera, e per me la carriera è una priorità. Questo è un successo per me, ed è tutto grazie a me, al mio valore.
Nella mente il caos, nella vita una serenità che cela ansie profonde, nell'ipod canzoni sospese, nelle mani tic nervosi, e negli occhi tanti interrogativi che non so togliermi. Mi sento cambiata, mi sento profondamente cambiata, e me ne accorgo nel momento in cui mi viene da scrivere uno dei miei racconti interrotti sempre dopo il primo capitolo, come quasi ogni cosa della mia vita, cominciata bene ma sempre interrotta senza una vera fine. Nel mio piccolo universo egocentrico per destino (sì, tra le tante cazzate m'è venuto in mente che io sono egocentrica per una questione di destino perché altrimenti sarei nata in una famiglia più numerosa e non sarei mai nata col desiderio di essere la più importante per chiunque io abbia di fronte) c'è sempre stata una cosa fondamentale per me: desiderare qualcosa per me, che mi rendesse felice, e cercare di ottenerlo alimentando quella mia passione. E ho sempre proiettato i miei desideri in piccole cosine che via via ho scritto e riletto nel tempo: se oggi mi mettessi a scrivere forse avrei paura di ciò che verrebbe fuori. Paura sì, perché sarebbe il ritratto di una me che non conosco e che non sono a abituata ad avere tra i piedi, una persona che forse so gestire ancor meno della ragazzina vanitosa, passionale e imbarazzata di un tempo. Mi chiedo dove sto andando, perché ormai la vita va davvero e non è più il gioco dei tredici anni, mi chiedo perché mi sembra di non farcela, perché a volte vorrei sprofondare giùgiùgiù quando sento che mi manca la libertà che mi sarebbe dovuta, perché non posso avere diciotto anni subito e farla finita qui con l'adolescenza asfissiante che non mi aiuterà in nulla nel corso di questi atroci 405 giorni.
Sto aspettando la libertà, l'indipendenza. Nel frattempo faccio del mio meglio per ritagliare per me qualche momento di felicità, qualche piccolo pezzetto di cioccolata in questo deserto di sale.
E in un istante solo mi ritrovo ad aver voglia di piangere. Lacrime liberatorie, lacrime che lavano via lo sporco passato. Ho un basco azzurro cielo sul mio letto e il cuore gonfio di una gioia strana, che non è ansiosa; non è di quel tipo di gioia con dietro una scia amara, non è la gioia esuberante, non è la gioia scomposta dell'ebbrezza. E' una gioia rotonda, piena, profonda. E mi ha preso lo stomaco e lo stringe, con dolcezza però. E' una gioia che riempie il cuore, e svuota la mente dal dolore. E' una gioia prepotente, ma delicata; è invadente, e mi vince. Sconfigge la delusione, la paura, la diffidenza. E' l'abbraccio della casa paterna, è il calore che senti nella notte. E mi piace. Per questo vorrei piangere: per tirar fuori quest'emozione che vorrei non mi lasciasse mai, per regarla al mondo, farla evaporare e donarla all'atmosfera. Anche se in realtà mi piace il fatto che sia mia, mia e soltanto mia. Quanto tempo che non la sentivo. Il mio cuore un'ospizio sicuro ce l'ha, è che la vita, il tempo, i ritmi frenetici lo tengono lontanto da quelle mura.
E che bello il mio tempo, che bella compagnia...