
E questo post arriva. Sì, appena in tempo e se non mi muovo tra un'ora sarà già Settembre e Annu sarà autorizzata a disconoscermi ù_ù
Bene, non so esattamente da dove cominciare anche perché ormai c'ho perso l'allenamento a fare posts su un blog pubblico. In ogni caso, tre anni non sono qualcosa che si può ignorare. A quest'ora tre anni fa io probabilmente ero di fronte allo schermo di questo stesso computer, proprio questo, quando ancora le lettere sulla tastiera si potevano leggere, fissando l'icona minuscola di msn impostata su qualcosa come occupato, che allora mettevo sempre, probabilmente parlando con Annu. Sì, proprio lei. La stessa persona che mi è stata vicina nel modo più assoluto e incondizionato in questi ultimi trentasei mesi. E questo post è per lei, che sa già tutto quello che vorrei dirle e che le ho già detto, che sa già tutto quello che per me significa ogni singola parola di questo post che non sarà mai bello come vorrei che fosse. E mille altre volte ti ho già detto quanto per me conti la tua amicizia, quanto importante sia per me sapere che, comunque, tu sei qua pronta ad aiutarmi. C'eri anche quando ero appena una bambina che si credeva grande, quando cantavo a squarciagola ascoltando un ciddì che adesso tengo in un cassetto nella stanza degli ospiti, lontano da camera mia. C'eri quando volevo cambiare il mondo al suono di una canzone dei The Clash, che poi era la canzone che parlava della città che, così senza preavviso, ci aveva permesso di avviare la nostra amicizia. E ci sei anche adesso, che ho paura e che non ho idea di che cosa mi aspetta tra appena tre anni, fuori dalle porte di quel liceo. Tre anni, che cosa sembrano tre anni, in fondo? Tre anni sono tantissimi. E vorrei che tra tre anni tu fossi ancora là, un passo più avanti di me, che mi guardi fare la scelta probabilmente più importante della mia vita e mi stai vicina. E io vorrei poter essere ancora la tua migliore amica. Come tu lo sei per me. E se c'è una cosa che so per certo - una delle poche, a dir la verità - è che un'amicizia vera non la spazza via un uragano, non la brucia un falò e non la corrode la pioggia. E non la cancella la distanza.
Ti voglio bene, e tu sola - e Dio - sapete quanto.
Oggi giornata a Firenze con la Mami. E come se Firenze è bellissima, in tutta la sua atmosfera che ha così tanto il profumo di qualcosa che hai conosciuto ancor prima di sapere di conoscerlo. Sì, è bellissima, anche con i suoi turisti stanchi e sudati per il caldo ammassati sugli scalini del Duomo e i suoi venditori ambulanti con i loro lenzuoli stesi sul lastricato per mostrare le borse falsificate. Ma mentre sono seduta su uno scomodo seggiolino dell'autobus senza aria condizionata e guardo fuori dal finestrino in cerca dell'Arno la mia mente corre velocissima, e in un attimo Ponte Vecchio si dissolve e sull'altra riva non c'è più Firenze sud, ma c'è Sausalito. Ed io sono in piedi su un sottile lembo di spiaggia, con i capelli spettinati dal vento freddo, fissando il Golden Gate Bridge avvolto dalla nebbia insieme a tutta la baia di San Francisco. Quella città mi ha veramente rubato il cuore, o se non altro ne ha staccato un pezzettino per nasconderlo chissà dove, magari tra gli alberi del Golden Gate Park o tra le ruote di un Cable Car, o magari dentro l'Amoeba di Haight Street. E Oakland e Berkley quel primo giorno a est della baia erano come la cartolina vivente di un posto che ha cambiato la storia. Il pensiero di quella città è perforante, fa quasi male. Camminare tra salite e discese, vedere la baia ogni mattina all'alba, svegliarsi la notte in preda ad una crisi di sete causa troppi-spaghetti-cinesi-a-Chinatown e vedere il faro sull'isola di Alcatraz brillare come una stella troppo innamorata di San Francisco, sono tutte cose che non cambiarei con nient'altro al mondo. E il vento! Quello sferzante e malinconico vento freddo che viene dall'Oceano! Che prezzo ha quel vento che avrei voluto portare via con me? E ovviamente ricado sempre nell'inganno che portare a casa chili e chili di oggetti possa farmi sentire meno lontana dai posti di cui mi innamoro. Sì, quella stronza di Londra - sì, perché nonostante tutto il pensiero a volte vola ancora come disperato ad Albion - per la prima volta è stata messa in discussione, anche se poi alla fine si sa, le stronze vincono sempre. Ma San Francisco è come una dolcissima carezza, e persino l'America sembra meno sporca di petrolio quando la guardi attraverso le finestre della City Lights Bookstore. Persino partire e lasciarla, alle nove di mattina, seduta sul sedile anteriore della nostra auto noleggiata, tenendo tra le mani un White Chocolate Moca è stato terribile. E vedere le case scorrere fuori dal finestrino, con quella loro aria romantica che aveva anche Union Square di notte, mette molta, infinita, tristezza. Però la Pacific Highway scorre veloce - per quello che i limiti di velocità americani consentano - e alla mia destra, inviolata e possente, c'è la costa rocciosa che a picco si tuffa nell'Oceano blu zaffiro. E laggiù, un puntino lontano lontano, mi sembra quasi di vedere il Giappone. E piano piano metto via la sciarpina grigia di H&M comprata a Market Street; mi tolgo anche la felpa. E sono nel Big Sur. Le colline - montagne? - brulle e scavate da calanchi mi ricordano il cimitero degli elefanti del Re Leone, ma qui la vita è dappertutto. La vita è sotto le nostre ruote ed io sto passando proprio sopra il corpo di questa donna bellissima chiamata California. E allora abbasso il finestrino e urlo, urlo di gioia, e mia madre si sveglia da un breve pisolino e mio padre mi guarda un po' perplesso. Ma sono felicissima, sto andando a Los Angeles. E Los Angeles non sarà la città degli angeli, ma anche con i suoi cartelloni pubblicitari e la sua Hollywood così pacchiana e finta sembra pur sempre una diva come quelle degli anni d'oro. E c'è il traffico, c'è il Downtown con i grattacieli altissimi e i barboni disperati, ci sono i musei in cui perdersi, c'è quella scritta bianca su quella collina che fa sempre un certo effetto, c'è l'Osservatorio e ci sono gli Studios. C'è il Kodak Theatre. C'è quella prima fila e quel posto che già due volte, in due nottate indimenticabili di fronte alla tv, ho visto riempito da un omino che fa sempre il suo effetto e mi fa sempre sentire come un'undicenne sognatrice. E sedersi lì, guardando quel palco o camminare per i corridoi di quel teatro è qualcosa che non so dire, e tutto sembra come un sogno. Oh sì, il prossimo Febbraio potrò dire I've been there too, e quelle statuette dorate faranno ancor più effetto. E non ce l'abbiamo fatta ad andare a San Diego, o a O.C. (mi volevo levare lo sfizzio, eh ù_ù) ma ci sono state Malibu, Santa Monica e Venice (posto da matti di cui mi sono innamorata) e adesso c'è un'abbronzatura a chiazze che non voglio lavar via.
Una vacanza così non puoi cancellarla, e la crisi da fuso orario durata una settimana è solo perché il tuo corpo si ribella a questo ritorno. E questo post per me conta più di una poesia, in questo post ci sono io e ci sono i miei, c'è il mio idealismo che ogni tanto viene a farmi compagnia come un vecchio amico mai scordato, ci sono tutti i miei sogni e le mie speranze. E a San Francisco ci vivrei, anche da domani. E mi siederei sul muretto di Telegaph Hill ogni giorno, ingannata dalla nebbia, facendo finta che il mondo sia tutto lì, e che anche Sausalito con le sue villette e la sua pace sia troppo lontano. E sì, sarebbe bellissimo. Chi non l'ha mai vista non può capire, ma quella donna-bambina è veramente bella come una perla del Pacifico. Forse anche di più.
post cancellato.
Sono tornata. Sono a casa dal quindici (sì insomma, dalla notte tra il quattordici e il quindici) e non capisco che ci faccio. Al momento non mi va di fare il post sulla California, di descrivere quei posti incantevoli, di parlare di San Francisco mia adorata o di Los Angeles. Non mi va perché sono in piena fase pseudo-depressiva causa fuso orario, causa notti insonni a rigirarmi nel letto pensando a sette mesi fa e volendo sprofondare giùgiùgiù perché errori irrimediabili fatti al freddo di Gennaio non si cancellano più. Quindi no, non mi pare il caso di scrivere di quei posti divini in questo stato.
Piuttosto, volendo scrivere qualcosa ma non volendo parlar di me, ho pensato di parlare di uno strano fenomeno che mi sembra piuttosto diffuso, ma che non riesco proprio a comprendere fino in fondo.
Sto parlando della Tokio Hotel-mania.
Allora, premettendo che questo post vuole essere soltanto un commento a questo gruppo, senza elogi e senza particolari critiche/offese, devo ammettere che la prima volta che ho visto questi quattro ragazzI tedeschi - tra le altre cose giovanissimi, di età tra i venti e i diciotto anni - ho pensato "Oh no, un'altra band pseudo rock/gothic/nonsochealtro, con per di più unA cantante fèscion col trucco pesante!". La vera curiosità è venuta quando la Robertì mentre camminavamo un giorno mi fa:"Ma secondo te il cantante dei Tokio Hotel (hai presente vero?, con me non si sa mai se conosco gli ultimi ritrovati di Mtv ndAle) è un ragazzo o una ragazza?". Immaginatevi la mia faccia quando è arrivata la rivelazione che si chiamava Bill. Assicuratami dell'identità del suddetto cantante, mi è sorta subito una domanda, forse la più spontanea che poteva sorgere, e cioè il perché hanno così tanto successo, e sembrano piacere così tanto alle più giovani - fascia di età che farei rientrare tra i quindici/sedici e gli undici. Prima di mettermi a scrivere questo post, mi sono preoccupata di ascoltare diverse loro canzoni (e ho guardato anche qualche intervista e live, tanto non per parlare senza sapere), e devo ammettere che alcuni brani sono piuttosto orecchiabili, non voglio dire belli, ma se non altro per niente da disprezzare, nonostante non presentino grandi alterazioni o variazioni sulla classica scala di Do Maggiore. Anche qualche live non è male. E fin qui niente da obiettare. Quello che più sconvolge, a mio parere, è l'attrattiva che esercita Bill Kaulitz sulle fans: al di là della sua vera identità sessuale, l'aspetto e gli atteggiamenti non sono propriamenti quelli di un viril maschio. Cos'è esattamente che risveglia in tante giovanissime questa attrazione verso l'ambiguo? Non saprei rispondere. Tra l'altro l'ambiguità pare essere una costante del gruppo tedesco, che non mi appare granché deciso nemmeno dal punto di vista della corrente musicale a cui vogliono appartenere: un cantante gothic, un chitarrista hip-hop, un bassista grunge e un batterista che non saprei definire. E per quanto l'immagine nella musica possa non contare, di certo le continue apparizioni su giornalini ignobili in cui si parla dei loro primi baci e roba del genere non aiutano a fare di loro qualcosa di molto dissimile da una boyband.
Di fronte alla loro età anagrafica però mi riesce impossibile non vedere in loro soltanto dei giovani a cui piace la musica e travolti da un successo inaspettato al quale - e con tutte le ragioni - non voglio sottrarsi.
Insomma, 0 punti alla Tokio Hotel-mania, per questa strana piega fèscion e perversa che ha preso, che mi risulterebbe insopportabile anche per il solo fatto che Tom Kaulitz suona una Gibson.
Non me la sento però di bocciare i Tokio Hotel, perché l'idea che mi son fatta è che, con un po' più di tecnica e di esperienza, e soprattutto smettendo di essere un prodotto commerciale, possano dimostrare di saperci fare con la musica.
Nel frattempo io me ne vado ad ascoltare i Muse.
Splinder mi vuole far morire di paura. Vabbè che un po' è già salita causa viaggio-volo di dodici ore, però non ci penso se no sale l'ansia e diventa panico e l'ultima volta che ho avuto il panico a causa del volo mi sono riempita tutta di macchie rosse che sembravo la Pimpa, ed io non voglio arrivare a San Francisco travestita da Pimpa. Mi basta Fiocco come cane, non c'è bisogno che mi travesta anche io ._. Ecco, detta l'idiozia delle 21.20 direi per oggi siamo a posto. Le parole mi mancano e di sicuro si sprecheranno sul Moleskine in albergo mentre i miei dormiranno come ghiri oppure sull'aereo se mi va bene e non me li ritrovo vicino, oppure mentre dormono durante il volo, cosa che accadrà sicuramente. Io invece non dormo mai un granché e l'aereo non è esattamente il mio luogo preferito per cadere tra le braccia di Morfeo, quindi sì, credo che le parole si sprecheranno in dodici ore sul Moleskine.
PARTO, Sì PARTO!
E qualcosa mi dice che troverò una seconda casa in California, anzi una terza casa, fate voi i conti.
Stamattina sono irritabile e irritante. E non so perché. E quindi sono ancora più irritata. Sarà che leggendo Oscar Wilde ti rendi proprio conto di quanto i tuoi neuroni non valgano un cavolo ù_ù, insomma stamattina va così. Teenage Angst in loop (o quasi), senza motivo, anche questo. Stamattina va così.
Shine the headlight, straight into my eyes.
Like the roadkill, I'm paralysed.
You see through my disguise
At the drive-in, double feature,
pull the lever, break the fever
and say your last goodbyes.
Since I was born I started to decay.
Now nothing ever ever goes my way
One fluid gesture, like stepping back in time.
Trapped in amber, petrified.
And still not satisfied
Airs and social graces, elocution so divine.
I'll stick to my needle, and my favourite waste of time,
both spineless and sublime.
Since I was born I started to decay.
Now nothing ever - ever goes my way.