
E in un istante solo mi ritrovo ad aver voglia di piangere. Lacrime liberatorie, lacrime che lavano via lo sporco passato. Ho un basco azzurro cielo sul mio letto e il cuore gonfio di una gioia strana, che non è ansiosa; non è di quel tipo di gioia con dietro una scia amara, non è la gioia esuberante, non è la gioia scomposta dell'ebbrezza. E' una gioia rotonda, piena, profonda. E mi ha preso lo stomaco e lo stringe, con dolcezza però. E' una gioia che riempie il cuore, e svuota la mente dal dolore. E' una gioia prepotente, ma delicata; è invadente, e mi vince. Sconfigge la delusione, la paura, la diffidenza. E' l'abbraccio della casa paterna, è il calore che senti nella notte. E mi piace. Per questo vorrei piangere: per tirar fuori quest'emozione che vorrei non mi lasciasse mai, per regarla al mondo, farla evaporare e donarla all'atmosfera. Anche se in realtà mi piace il fatto che sia mia, mia e soltanto mia. Quanto tempo che non la sentivo. Il mio cuore un'ospizio sicuro ce l'ha, è che la vita, il tempo, i ritmi frenetici lo tengono lontanto da quelle mura.
E che bello il mio tempo, che bella compagnia...
Come sei bella sotto il sole d'inverno. Come sei bella, mia gioia, quando il vento freddo spettina le tue mille facce in un istante solo. Come sei meravigliosa, creatura, quando il mondo sorride anche a me. Sì, Londra, sei stupenda anche con le nuvole grigie nel tuo cielo. Anzi di più, perché il cielo azzurro-grigio è quello che più ti dona, quello che fa risaltare i tuoi colori, quello ti trucca nel modo migliore e fa brillare lo splendore che sei.
E vorrei già tornare, tornare per continuare ad assaporare con gusto questa gita che è stata orribile sotto tanti aspetti, in cui come una miscela esplosiva la mia classe ha tirato fuori odi e rancori, in cui non c'è stato un momento in cui non abbiamo litigato, in cui ho avuto un unico momento di rabbia irrazionale che non avevo da secoli, forse da una vita, in cui lo sporco si moltiplicava, in cui non c'è stato né cibo né sonno. Eppure vorrei tornare, tornare soltanto per la tua maestosa grazia. Per Piccadilly Circus illuminata la notte, per quell'albero frondoso che di foglie non ne ha più ora che è Febbraio, per il Globe, che per la terza e indimenticabile ho visitato, come una routine, come una tappa sacra, con l'emozione della prima volta. Vorrei tornare per me stessa, che camminando sul Millenium Bridge, o guardando le acque verdi come un cd degli Yes del Tamigi, penso a questa vita e per la prima volta da un anno e poco più mi sento serena e sicura, mi sento rilassata, mi sento BENE, e anche bella perché no. Mi sento felice, mi sento unica. E vorrei non andarmene mai più. Girare per South Kensington di nuovo, vedere i fiori di St. James Park, svolazzare tra i corridoi della tube leggeramente e con tranquillità, certa di non sbagliare e confidando in me, sentendomi indipendente e in gamba, mi ha dato una spinta e una voglia di vivere fino in fondo ogni istante. E dipendeva solo e soltanto da me, non da qualcuno di fuori. Ed è per questo che Londra io la amo, perché lì mi sento a casa, lì sono me stessa e lì sono felice. Per questo anche le liti passano in secondo piano, per questo forse sono esplosa di rabbia. Perché sentire certe cattiverie mi avrebbe dato ai nervi in qualunque momento, ma più che mai lì, dove non dovrebbero assolutamente esistere. E mentre scrivo mi rendo conto che di fronte a quello che mi è toccato ascoltare avrei perso il controllo anche in qualunque altro momento, ma facciamo finta che sia stata colpa della città. Facciamo finta che sia Londra ad amplificare ogni emozione e non pensiamoci più, anche se il fatto di aver perso il controllo e di essere esplosa di rabbia bollente di fronte ad una cosa sì cattivissima quasi crudele ma che non mi riguardava affatto mi turba ancora.
Ma non mi interessa di nient'altro, se non di me e della mia gioia per aver rivisto quella che considero CASA da quando avevo tredici anni.
E domani Londra, domani finalmente a quest'ora sarò su un fottuto bus diretto a Pisa e non ci sarà più niente a cui pensare. Niente filosofia, che è diventata la mia valvola di sfogo, niente fisica, niente professoressa di matematica e fisica che amo et odio ma ultimamente odio più che amo, dato che tra le mille cose da preparare per questa gita nella terra Albione non ho più aperto nessuna delle sue due materie e non le sto più dietro. Niente. Niente prove per quattro giorni, niente chitarra, niente risate con i miei amici. E forse sto scoprendo un mondo a cui mi sono irrimediabilmente attaccata e questo mondo è nello stesso luogo dove vivo e spreco la mia esistenza e non in qualche altro posto e questo mi sorprende e agita e spaventa. Perché per la prima volta su tre (sìsìsìsìsì sarà la terza volta che rivedrò quella città che amo e per la terza volta tornerò a casa con un pezzettino in meno d'anima) parto per Londra con un po' di tristezza in tanta gioia, un po' di malinconia all'idea di rinunciare a qualcosa qui, seppur per qualche misero giorno. E' che Londra è casa per me, ho le sue strade stampate nella mente, e penso alla sua tube in cui giro svelta col passo dei Londoners, a Greenwich, al mio albero frondoso sulla Bankside, al white chocolate mocha, alla pioggia sottile che nemmeno la senti, ai semafori che funzionano, al Millennium Bridge, a South Kensington, alla Camden High, a quel mondo che per la prima volta vedo sotto la luce di un sole d'inverno, e la cosa mi emoziona da morire. Tante volte mi son chiesta qual era il suo colore sotto il cielo di Gennaio, o se le fronde del mio albero fossero ancora così rigogliose come a Luglio. E mi sembra un sogno. Sì è un sogno. Ogni volta mi sembra di recuperare qualcosa che ho perso, e ogni volta finisco col tornare svuotata, piena soltanto di un incolmabile vuoto che solo quella città lascia. L'altra volta ho commesso molti errori e non ho un buon ricordo di quella vacanza, nonostante Londra nonostante tutto. Ma stavolta sarà diversa: stavolta ci sono davvero solo io e la MIA città. Soltanto io e lei, come due vecchie amiche, come due vecchi amanti. E tutti gli altri, della mia classe e delle altre, non sono che un inutile brusio di sottofondo. Me l'ero detto quel pomeriggio sdraiata su un prato di Cambridge, che Londra è bellissima ma in due è più bella. Che quella città io vorrei condividerla con chi non l'ha mai assaporata come ho fatto io, con chi ancora non vede la meraviglia che si nasconde dietro ogni angolo. Anzi no, lì la meraviglia non si nasconde affatto, e non è dietro gli angoli: è proprio davanti agli occhi di tutti, quella meravigliosa meraviglia. Nemmeno stavolta la condividerò, no purtroppo no, ma io attendo ancora, e magari un giorno la condividerò con Te che chissà dove mi aspetti, Te che forse sei già nella mia vita o c'entrerai spero il prima possibile. Te che sei l'altra metà dell'androgino che ero. Ma adesso non ho tempo per pensare a questo: London's calling, e la sua chiamata è più forte di tutto il resto. Ed io di questa gita così inaspettata, così non chiesta ma subito adorata, sono entusiasta all'ennesima potenza. Sono un k che tende a infinito, sì, sono proprio il paramento di un'equazione e la mia astrattezza mi rende universale. Come un sorriso, come un'accordo, come un'idea.
C'è una strana gioia in me e ne ho paura. Ma non me ne voglio preoccupare adesso. Adesso esisto solo io, e Londra.
Oggi giornata a Firenze con la Mami. E come se Firenze è bellissima, in tutta la sua atmosfera che ha così tanto il profumo di qualcosa che hai conosciuto ancor prima di sapere di conoscerlo. Sì, è bellissima, anche con i suoi turisti stanchi e sudati per il caldo ammassati sugli scalini del Duomo e i suoi venditori ambulanti con i loro lenzuoli stesi sul lastricato per mostrare le borse falsificate. Ma mentre sono seduta su uno scomodo seggiolino dell'autobus senza aria condizionata e guardo fuori dal finestrino in cerca dell'Arno la mia mente corre velocissima, e in un attimo Ponte Vecchio si dissolve e sull'altra riva non c'è più Firenze sud, ma c'è Sausalito. Ed io sono in piedi su un sottile lembo di spiaggia, con i capelli spettinati dal vento freddo, fissando il Golden Gate Bridge avvolto dalla nebbia insieme a tutta la baia di San Francisco. Quella città mi ha veramente rubato il cuore, o se non altro ne ha staccato un pezzettino per nasconderlo chissà dove, magari tra gli alberi del Golden Gate Park o tra le ruote di un Cable Car, o magari dentro l'Amoeba di Haight Street. E Oakland e Berkley quel primo giorno a est della baia erano come la cartolina vivente di un posto che ha cambiato la storia. Il pensiero di quella città è perforante, fa quasi male. Camminare tra salite e discese, vedere la baia ogni mattina all'alba, svegliarsi la notte in preda ad una crisi di sete causa troppi-spaghetti-cinesi-a-Chinatown e vedere il faro sull'isola di Alcatraz brillare come una stella troppo innamorata di San Francisco, sono tutte cose che non cambiarei con nient'altro al mondo. E il vento! Quello sferzante e malinconico vento freddo che viene dall'Oceano! Che prezzo ha quel vento che avrei voluto portare via con me? E ovviamente ricado sempre nell'inganno che portare a casa chili e chili di oggetti possa farmi sentire meno lontana dai posti di cui mi innamoro. Sì, quella stronza di Londra - sì, perché nonostante tutto il pensiero a volte vola ancora come disperato ad Albion - per la prima volta è stata messa in discussione, anche se poi alla fine si sa, le stronze vincono sempre. Ma San Francisco è come una dolcissima carezza, e persino l'America sembra meno sporca di petrolio quando la guardi attraverso le finestre della City Lights Bookstore. Persino partire e lasciarla, alle nove di mattina, seduta sul sedile anteriore della nostra auto noleggiata, tenendo tra le mani un White Chocolate Moca è stato terribile. E vedere le case scorrere fuori dal finestrino, con quella loro aria romantica che aveva anche Union Square di notte, mette molta, infinita, tristezza. Però la Pacific Highway scorre veloce - per quello che i limiti di velocità americani consentano - e alla mia destra, inviolata e possente, c'è la costa rocciosa che a picco si tuffa nell'Oceano blu zaffiro. E laggiù, un puntino lontano lontano, mi sembra quasi di vedere il Giappone. E piano piano metto via la sciarpina grigia di H&M comprata a Market Street; mi tolgo anche la felpa. E sono nel Big Sur. Le colline - montagne? - brulle e scavate da calanchi mi ricordano il cimitero degli elefanti del Re Leone, ma qui la vita è dappertutto. La vita è sotto le nostre ruote ed io sto passando proprio sopra il corpo di questa donna bellissima chiamata California. E allora abbasso il finestrino e urlo, urlo di gioia, e mia madre si sveglia da un breve pisolino e mio padre mi guarda un po' perplesso. Ma sono felicissima, sto andando a Los Angeles. E Los Angeles non sarà la città degli angeli, ma anche con i suoi cartelloni pubblicitari e la sua Hollywood così pacchiana e finta sembra pur sempre una diva come quelle degli anni d'oro. E c'è il traffico, c'è il Downtown con i grattacieli altissimi e i barboni disperati, ci sono i musei in cui perdersi, c'è quella scritta bianca su quella collina che fa sempre un certo effetto, c'è l'Osservatorio e ci sono gli Studios. C'è il Kodak Theatre. C'è quella prima fila e quel posto che già due volte, in due nottate indimenticabili di fronte alla tv, ho visto riempito da un omino che fa sempre il suo effetto e mi fa sempre sentire come un'undicenne sognatrice. E sedersi lì, guardando quel palco o camminare per i corridoi di quel teatro è qualcosa che non so dire, e tutto sembra come un sogno. Oh sì, il prossimo Febbraio potrò dire I've been there too, e quelle statuette dorate faranno ancor più effetto. E non ce l'abbiamo fatta ad andare a San Diego, o a O.C. (mi volevo levare lo sfizzio, eh ù_ù) ma ci sono state Malibu, Santa Monica e Venice (posto da matti di cui mi sono innamorata) e adesso c'è un'abbronzatura a chiazze che non voglio lavar via.
Una vacanza così non puoi cancellarla, e la crisi da fuso orario durata una settimana è solo perché il tuo corpo si ribella a questo ritorno. E questo post per me conta più di una poesia, in questo post ci sono io e ci sono i miei, c'è il mio idealismo che ogni tanto viene a farmi compagnia come un vecchio amico mai scordato, ci sono tutti i miei sogni e le mie speranze. E a San Francisco ci vivrei, anche da domani. E mi siederei sul muretto di Telegaph Hill ogni giorno, ingannata dalla nebbia, facendo finta che il mondo sia tutto lì, e che anche Sausalito con le sue villette e la sua pace sia troppo lontano. E sì, sarebbe bellissimo. Chi non l'ha mai vista non può capire, ma quella donna-bambina è veramente bella come una perla del Pacifico. Forse anche di più.